Livigno zona franca

Allorchè si parla di Livigno, o si è in viaggio per quel territorio, sovente ricorre nei discorsi o alla mente la locuzione curiosa: “Livi­gno zona franca”. Queste parole ravvivano il conversare così come una spezia rara dà nuovo sapore gustoso ad un cibo desiderato con voglia.

Quando, giunti al Passo di Foscagno, state per entrare nella terra del Comune di Livigno sempre in territorio nazionale, ecco davanti a voi una sbarra di legno colorato, una garitta e un finanziere inter­rompere il vostro andare. Costretti vi fermate stupiti, e dubbiosi pensate: “Ch’io abbia sbagliato la strada? Ch’io sia per uscire da uno Stato ed entrare in uno confinante?” Tranquillizzatevi: niente di tutto ciò.

Niente limiti politici nazionali i quali ci sono sì, ma più oltre. Quella sbarra, la garitta e il finanziere indicano solamente che da lì inizia il territorio del Comune di Livigno i cui abitanti – temporibus illis patrum nostrorum memoria – godono ed esercitano il diritto di libero commercio con lo Stato svizzero confinante ed importano da questo luogo e da altri Stati le merci necessarie alla loro vita economi­ca quotidiana senza sborso alle casse dello Stato, di cui pur essi sono parte, dei soliti tributi o balzelli di barriera di cui tutta l’Europa va celebre.

Questo Piccolo Tibet è anche la esemplificazione minima dell’at­teso grande M.E.C.

E ciò avvenne – ab initio temporum -, per grazia di Dio, della Contea di Bormio, del fu Ducato di Milano, della fu Repubblica dei Grigioni, del fu Napoleone primo e suo Regno, del fu Regno d’Italia, e della attuale Repubblica Italiana. Tutti codesti Reggitori di popoli, trattandosi di Livigno, riconobbero che «Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano», come suggerì il Vico.

Così essi tutti, in ordine di successione temporale, consacrarono con Atti e con Decreti benigni ciò che i Livignaschi si erano preso per diritto naturale – tempore progrediente.

I primi montanari stanziatisi in quella Valle a costituire una vicinia di Bormio, commerciarono subito con le genti di Engandina e della Valle di Poschiavo liberamente senza chiedere permessi a Bormio, a Milano o a Coira: era da poco trascorso l’anno mille del­l’Era Cristiana ed era nella logica delle cose ch’essi andassero e venis­sero per le vie più brevi e più sicure per dare e per avere di che sostenersi.

Ma ne volete di più?

Quando la Comunità di Bormio, assillata da bilanci striminziti, tentò di imporre alcuni balzelli sulle merci provenienti da Zernez, ecco subito i Livignaschi protestare e dolersi con fiorita prosa per questo tentativo di violare i loro antichissimi diritti e siamo nell’anno 1734. Poi il Regolatore di Finanza del Dipar­timento dell’Adda e dell’Oglio riconosceva al Comune di Livigno il beneficio doganale con Decreto Ufficiale e siamo al settembre del1805: vittoria di Livigno e di Napoleone. Ma per non essere da meno, ecco l’Imperiale Regio Governo di S. M. austriaca per il Lombardo-Veneto rinvigorire i vecchi decreti con i sigilli di ceralacca dell’aquila bicipite e ciò avvenne nel 1819 e con altri decreti l’Imperiale Regia Intendenza codificava la materia nei suoi particolari nel 1841.

Successivamente il Governo del Regno d’Italia fa riferimento a queste norme con la sua legge n. 526 del 1910 e con i regolamenti n.546 del 1911 giustificava i diritti remoti con l’aggiunta di nuovi.

A questa legge seguì quella del 1940 n. 1424 con la quale il territorio di Livigno fu riconosciuto – zona extra doganale – e tutto ciò nel crisma della Costituzionalità dello Stato Italiano.

Evviva dunque Livigno che, come S. Marino, ha difeso e difende dal principio dei tempi suoi, la sua libertà economica.

Livigno
Livigno zona franca