Il Bosco Sacro – seconda parte

…All’uomo non era mai capitato di udire concludere da altri la sua preghiera nella lingua in cui l’aveva iniziata, così all’improvviso in una radura di bosco dove credeva d’essere solo, assolutamente solo.

I due cristiani erano figure ben robuste, longilinee, vestivano di grigio-verde: sorrisero alla sorpresa dell’uomo e dissero che anch’essi sapevano a memora quell’orazione per averla imparata da bambini e non averla mai scordata.

Il bosco sacro
Com’era sopra Sant’Antonio Morignone.

I tre entrarono in confidenza, si scambiarono considerazioni sull’aspetto del luogo, sul tempo e sulla fatica dell’andar tra i boschi per sentieri impervi quando l’età regge bene all’intelletto e molto meno alle gambe.

Il più importante dei due era un ispettore forestale che amava gli alberi come fossero suoi figlioli: pareva un principe nel suo vasto dominio pronto a difendere quelle pendici boscose e le verdi creature in essa viventi. L’altro era una guardia forestale: il lupo del bosco. Conosceva tutte le pendici boscose. Saliva, scendeva, attraversava, sostava, ascoltava. Era un tipo che usciva di sera presto, stava di notte nascosto, rientrava il mattino. Tornava di pomeriggio ed era sempre tutt’orecchi per difendere il suo gregge verde.

Era un uomo taciturno, robusto, di buona gamba, di fiato lungo. A sentirlo discorrere pareva un poeta: sorrideva raccontando quando vedeva nel cielo spuntare l’alba, gli piaceva la dolcezza del tramonto. Non temeva la valanga, il temporale o il solleone. Era un cuore forte e robusto come quello d’un puledro. Voleva bene ai suoi boschi e guai a coloro che ai boschi avessero fatto del male. Si sentiva veramente lupo del bosco e catturava sempre chi al bosco nuoceva.
All’uomo era ancora accaduto di stare con persone, la cui indole, per familiarità, la sapeva a mente; la quale, abbenchè taccia, pure si capisce che ha qualcosa insolita da dirvi; abbenchè parli, pur si capisce che non vi dice quel che vi vorrebbe dire e sentiva che quanto gli volevano dire le due persone era cosa importante. Così avvenne che tra il tacere e il discorrere, ripresero insieme l’uno dietro l’altro, il cammino alla scoperta del bosco sacro.

Attraversarono la carbonera, costeggiarono ‘l sàs del tauladèl, il dòs de li toréra dove scorsero i resti di un antico fòrn presso il quale la tradizione ricordava che un tempo vi erano delle baite i cui ruderi erano scomparsi tra la vegetazione, e dopo i pascoli di bòglia giunsero al bosco sacro. Il bosco era detto ‘l tens. Il profondo silenzio e l’aspetto maestoso delle conifere, che si ergono ancor’oggi in quel pianoro in leggero declivio, suscitarono nelle persone stupore, emozione e timore sacrale. L’uomo credette d’essere capitato, per improvvisa magìa, dentro un solenne tempio egizio dove, nella quiete dei secoli, dormono gli Dei dentro simulacri fatti di colonne arboree svettanti altissime nell’azzurro con imponenza ieratica e ipostatica e dove le tre persone, al confronto, parevano formiche.

Di alberi maestosi ne avevano veduti tanti, girando il mondo nelle loro avventure umane, ma questi abeti manifestavano regalità, nobiltà veneranda, mai conosciuta in altre specie arboree.

Il Bosco Sacro
L’aspetto maestoso delle conifere..

I tre cristiani gironzolarono per quel falsopiano dove anche i grossi macigni stavano in pace seminascosti tra le erbe minute ed il consistente humus. Guardavano in alto verso le cime tremole alla brezza, misurarono le circonferenze alla base dei tronchi: metri 4,18 – 3,87 – 3,58 – 3,53 e via di seguito e ne contarono oltre settanta. Valutarono con tenacia precisa le altezze constatando che alcuni di quegli abeti superavano i 40 metri.

Il lupo del bosco disse all’uomo che quegli abeti rossi vivevano da oltre duecentocinquant’anni ed erano tuttora robusti e ne avevano sopportate di fatiche, ma nè gelo crudo, nè gravezza di nevi, nè violenze di vento li avevano piegati, abbattuti. Gli uomini giunsero nella loro ricognizione al termine del bosco dove c’era, e c’è tuttora, un’alta aspra barriera di roccioni superabili solo attraverso passaggi difficili che i montanari del luogo chiamano canton di corv, scalot, canal, dove, da un torrione rugginoso detto ciocher, una figliola in cerca di funghi e mirtilli incontrò la morte cadendo dalla cinglata presso il crap de la ruina.

Pradès
Mappa delle zona vicine, in parte distrutte dalla terribile frana del Monte Coppetto nel 1987

Terribile è la barriera proteggente il bosco sacro: arcigna verso gli uomini e verso gli animali e sopra di essa ridono al sole, fremono alla breva e si inargentano nelle notti di luna i pascoli di pradés, le presùre e oltòir, da dove, quando muta il tempo, vengono e si stendono, sopra il bosco sacro, sbrenzoli di nubi, or nitide, or confuse, or sbiadite, a velar gli abeti e le pazzesche figurazioni di quei roccioni gocciolanti di lacrime gelide come da ripe infernali.

Terminata la ricognizione i tre sedettero sul muschio e ripresero i loro commenti, mentre esaminavano gli stroboli conici, secchi, con le brattee aperte, caduti lì intorno a far humus nell’humus per chi li aveva generati.

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